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L'impiego di microrganismi fotosensibili potrebbe rappresentare un cambio di paradigma nelle condizioni ischemiche acute


Uno studio pubblicato su Science Advances ha mostrato che i microrganismi fotosintetici possono rimediare ai danni provocati dall’infarto miocardico.
I batteri in grado di effettuare la fotosintesi sono stati iniettati direttamente nel muscolo cardiaco e sono riusciti a mantenere in vita i miociti fornendo loro ossigeno.

L’esperimento è stato condotto su un modello murino. È stata indotta una ischemia cardiaca negli animali, privando il cuore di ossigeno. Gli animali sono rimasti in questa condizione per 60 minuti.

È stato successivamente iniettato un cianobatterio, Synechococcus elongatus, nel cuore dei topi ed è stata puntata una luce sull’organo per indurre la fotosintesi.

Nell'arco di 24 ore gli animali sottoposti a questa tecnica hanno mostrato una riduzione del danno, e un evidente miglioramento 4 settimane più tardi.
La procedura si è rivelata sicura: l’introduzione dei batteri non ha provocato alcuna risposta da parte del sistema immunitario.

Secondo Joseph Woo, cardiochirurgo della Stanford University e autore dello studio, è la prima volta che viene impiegato l’equivalente di una cellula vegetale in aiuto a una cellula di mammifero. In pratica è stato realizzato un cuore a energia solare.

Prima di poter trasferire questi risultati sugli esseri umani e pensare di poterli applicare a patologie associate a una riduzione dell’apporto di ossigeno, come l'infarto miocardico, l’ictus, o le arteriopatie periferiche, i ricercatori dovranno rendere la procedura meno invasiva.

È necessario trovare il modo di inviare i microrganismi fotosintetici al cuore attraverso la circolazione sanguigna invece di ricorrere a un’iniezione direttamente nel muscolo cardiaco, e individuare una tecnica per illuminare i batteri senza dovere effettuare un’apertura toracica.
Superati questi problemi, la fotosintesi dei batteri potrebbe rappresentare una valida alternativa alle attuali terapie nel trattamento delle condizioni ischemiche.

Secondo Arnar Geirsson, cardiochirurgo dell’Università di Yale, questa tecnica rappresenta un cambio di paradigma nel modo in cui si possono trattare potenzialmente tutte le patologie che comportano una mancanza di ossigeno. ( Xagena )

Fonte: Stanford University School of Medicine, 2017

Roberto F.E. Pedretti, UO di Cardiologia Riabilitativa dell’IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri di Tradate ( VA )

Xagena_Salute_2017



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